martedì 12 giugno 2012

Nella City vola il salario dei capi 140 volte più alto di quello dei dipendenti

Nel rapporto della Manifest and Mm&K, una società di analisi finanziarie, si rileva che nel 1998 la remunerazione media degli amministratori delegati del Ftse 100 era di circa un milione di sterline, vale a dire 47 volte più alta del salario medio dei loro dipendenti (all’epoca a quota 21540 sterline l’anno). Nel 2011 il compenso medio dei numeri uno del Ftse 100 è salito a 139 volte

dal nostro corrispondente ENRICO FRANCESCHINI LONDRA – L’austerità e la crisi si aggirano per l’Europa, ma non riguardano i grandi manager. Uno studio pubblicato oggi dal Financial Times rivela che il compenso medio degli amministratori delegati del Ftse 100, cioè delle cento maggiori aziende quotate alla Borsa di Londra, è aumentato del 10 per cento nel 2011 rispetto all’anno precedente, continuando una tendenza alla crescita di salario e bonus per i dirigenti che prosegue ininterrotta da quasi quindici anni, a dispetto di recessioni e fragilità economiche.

Il rapporto, preparato dalla Manifest and Mm&K, una società di analisi finanziarie, sottolinea che nel 1998 la remunerazione media degli amministratori delegati del Ftse 100 era di circa un milione di sterline, vale a dire 47 volte più alta del salario medio dei loro dipendenti (all’epoca a quota 21540 sterline l’anno). Nel 2011 il compenso medio dei numeri uno del Ftse 100 è salito a 139 volte il salario medio dei loro dipendenti (che è stato di 34407 sterline annue). Il vertiginoso aumento è impopolare in un periodo di prolungata debolezza economica come quello attuale, con disoccupazione in aumento, tagli alla spesa pubblica e sacrifici per (quasi) tutti. C’è chi lo difende, come un alto dirigente anonimo che dichiara al quotidiano della City: “L’eccellenza va ben remunerata. Un amministratore delegato che fa la differenza in termini di profitti e fatturato merita un alto salario. Questa è gente che non viene in ufficio per lavorare e bere il caffè, bensì per prendere importanti decisionui per il futuro dell’azienda”.

Ma se ciò può essere vero in determinate circostanze, non lo è in termini generali. Il rapporto citato dal Financial Times, infatti, indica che l’ascesa nei compensi per i manager non ha alcuna relazione con il rendimento delle aziende. Mentre i soldi portati a casa dagli ad del Ftse 100 sono passati mediamente da 1 a quasi 5 milioni di sterline tra il 1998 e il 2011, nello stesso periodo l’indice Ftse 100 ha perso leggermente terreno. A cosa è dovuta dunque la decisione di aumentare così radicalmente il salario ai chief executive?

Se lo domandano non solo l’opinione pubblica, i giornali e il mondo politico, ma anche gli azionisti, che sempre più spesso si ribellano votando contro gli aumenti e i premi agli amministratori delegati. Il caso più recente è stato quello di Bob Diamond, il banchiere più ricco della City, ad della Barclays: un terzo degli azionisti si sono opposti a un “pacchetto” di compensazioni per un totale di quasi 21 milioni di sterline, aggiudicatogli nonostante un calo nel valore delle azioni della grande banca inglese. Un’altra rivolta è attesa per domani all’assemblea annuale della Wpp, la più grande agenzia pubblicitaria del mondo, il cui amministratore delegato Martin Sorrell dovrebbe ricevere un compenso totale di 11 milioni e mezzo di sterline, con un aumento del 60 per cento rispetto all’anno prima che molti ritengono inappropriato e ingiustificato.
 

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