sabato 10 dicembre 2011

Don Verzè iniziò a otto anni


di Michele Serra

Da bambino si fece costruire un tapis roulant dalla Regione perché doveva andare a scuola a piedi. Poi, da sagrestano, raccolse 28 mila lire di offerte dei fedeli con cui costruì il suo impero, pagando il resto a debito. Oggi ha un ospedale anche al Polo, a forma di igloo
(09 dicembre 2011)
Don Verzè
Don Verzè
 
Chi è veramente don Verzé? Come è possibile che nel bilancio del San Raffaele il passivo di un miliardo e mezzo figuri sotto la voce "acquisto aspirine e cerotti"? Gli inquirenti stanno cercando una risposta.

Grandezza
Don Verzé ha sempre pensato in grande. Fin da piccolo, quando per andare a scuola a piedi (era un bambino povero) si era fatto costruire un tapis roulant che attraversava il quartiere, pagato con i fondi della Regione. Nei suoi ospedali tutto è sovradimensionato, e di altissimo profilo: dalle radiografie, con l'inquadratura studiata da allievi di Cartier-Bresson, alla ristorazione, con il tradizionale menù (pastina in brodo e mela cotta) eseguito ogni giorno, a rotazione, da un grande chef che poi passa in corsia per ricevere l'applauso dei pazienti. Al San Raffaele la ricerca dell'eccellenza è una missione: il polmone d'acciaio è studiato nella galleria del vento, la cappella è a doppia navata con guglie gotiche e orchestra stabile per le messe cantate, nella camera iperbarica si può entrare in automobile e guardare un film come in un drive-in. Spettacolare la camera mortuaria, con ogni salma vegliata da 20 prefiche che si strappano i capelli ululando per tutta la notte.

Finanziamenti
Da dove viene l'impressionante quantità di denaro necessaria a don Verzé per costruire in tutto il mondo i suoi ospedali modello? Nello spirito della sua missione evangelica, il sacerdote manager avrebbe iniziato la sua fortuna, quando era ancora sagrestano, raccogliendo le monetine tra i fedeli, fino a totalizzare 28 mila lire. Con quelle avrebbe acquistato un termometro, un clistere e un berretto da infermiera, posando il primo mattone del suo poderoso edificio sanitario. Da allora in poi - ecco il segreto - non ha più pagato nessuno, acquistando tutto a credito, compresi un paio di università, un sommergibile e una flotta aerea. Ai creditori inferociti suggeriva di rivolgersi al papa e di confidare nella divina provvidenza. Ancora oggi il capitale sociale del San Raffaele resta allo originario: 28 mila lire. 

Opere impossibili
Pur di aprire un ospedale ovunque gli sembrasse necessario, don Verzé non è arretrato di fronte ad alcun ostacolo. E' così, per la forza visionaria del suo fondatore, che oggi tutto il pianeta è disseminato di strutture sanitarie fantastiche e multiformi. Per esempio il Policlinico dell'Antartide, un immenso igloo costruito con blocchi di ghiaccio fatti venire apposta dall'Artide (don Verzé riteneva il ghiaccio dell'Artide esteticamente più adatto all'Antartide). L'Ospedale del Sole, una struttura avveniristica costruita lungo l'A1 da Milano a Roma, un reparto a ogni casello, con i pazienti che si spostano da un reparto all'altro in sedie a rotelle dotate di telepass. Per un degente ricoverato a Orte, andare a fare un prelievo del sangue a Fiorenzuola valicando gli Appennini è anche l'occasione per ammirare il paesaggio. Il SuperRaf, l'unica costruzione umana visibile dallo spazio oltre alla Grande Muraglia, un mega-ospedale a forma di crocifisso costruito a Los Angeles con 10 mila posti letto tutti in letti a baldacchino, infermiere ex concorrenti di Miss Mondo, sale operatorie in mosaico ravennate, cimitero interno con mausolei personalizzati, camera di cremazione alimentata a legno di ginepro e pigne per ottenere l'effetto barbecue.

Il futuro
Alle richieste incalzanti dei creditori, il novantaduenne don Verzé ha rivolto una preghiera: ancora qualche anno di pazienza. Nel frattempo intrattiene corrispondenze sapienziali con eminenti teologi e cardinali. I suoi corrispondenti nutrono la speranza che don Verzé possa cambiare, evitando gli errori del passato. Ma sono insospettiti dal fatto che le lettere di don Verzé sono scritte con inchiostro di mirtillo dell'Himalaya su pergamena del Cinquecento, e vengono recapitate da un messo a cavallo, in costume rinascimentale.

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