mercoledì 27 luglio 2011

Oslo, la Lega scarica Borghezio: farnetica. Lui: Non hanno i c...




Polemica sulle frasi dell'eurodeputato che ha detto di condividere le idee del killer norvegese. Maroni: parole a titolo personale


Come si può avere un nostro rappresentante, così viscido e meschino al Parlamento europeo. Lo sanno tutti che a Torino andava a soddisfare i suoi piaceri di  vojeur facendo dei raid alla Pellerina mentre le coppie facevano sesso. Che vergogna ancora una volta per la nostra povera Italia sfregiata da esseri immondi come altri in passato hanno fatto. E la cosa più sconcertante che sono pagati da tutti i cittadini a cui si chiedono ancora e sempre sacrifici.



Un Imbecille, si vergogni

Il nostro rappresentante al Parlamento Europeo,

 e Noi Paghiamo pure

Da un vojeur di devi aspettare di tutto

Rifletti

Roma, 26 lug. (TMNews) - "Borghezio farnetica". Questa volta la linea ufficiale della Lega ha preso subito le distanze dall'europarlamantare del Carroccio che aveva commentato le stragi di Oslo e Utoya, in Norvegia, dicendo di condividere le idee sull'invasione islamica in Europa espresse dal killer che ha ucciso almeno 76 persone venerdì. A scaricare Mario Borghezio, bollando le sue dichiarazioni come "del tutto personali" e come "farneticazioni", è stato prima il ministro Roberto Calderoli (anche nella veste di coordinatore delle segreterie nazionali della Lega Nord), seguito a ruota dal ministro dell'Interno, Roberto Maroni, che ha detto in un'audizione alla Camera di "condividere in pieno" le dichiarazioni di Calderoli. Il diretto interessato però non ci sta e ai colleghi ha risposto che le sue idee sono le stesse della scrittrice Oriana Fallaci e che per sostenerle ci vogliono "i coglioni". Il "guerriero della padania" non arretra di un milimetro sulla sua interpretazione della strage della follia in Norvegia. Ma attorno a lui si fa il vuoto assoluto, in Italia e nella Ue, con tanto di richiesta delle opposizioni italiane a Strasburgo di sue dimissioni dal parlamento europeo "Il coraggio chi non ce l'ha non se lo può dare. Quindi - ha replicato Borghezio a Calderoli - per assumere certe posizioni bisogna avere i coglioni, direi da leghista. Mentre da persona educata dico un po' di coraggio", ha scritto l'europarlemantare della Lega invitando Calderoli e Maroni a "guardare oltre al proprio naso". Dal fronte delle opposizioni, intanto, su Borghezio si è abbattutta una pioggia di denunce: sia dirette alla magistratura perché valuti se indagarlo, sia a Bossi affinché lo metta fuori dal partito e dell'Europarlamento. Tutte cose che di suo il focoso Borghezio non farà mai. O, almeno, così ha detto. "Dimettermi? Ma siamo mica matti: io - ha assicurato- tengo la posizione. Sav/Bat/Tor

giovedì 3 marzo 2011

 

Borghezio, un passato da dimenticare?

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Borghezio non mi è mai è piaciuto: la sua volgarità nei gesti e nelle dichiarazioni (razziste oltre ogni limite della decenza) fanno di lui una delle personalità più riprovevoli della politica italiana. Lui che vuole andare a sparare col fucile la salma di Garibaldi, lui che trova giusto che un fantoccio dell'Eroe dei Due Mondi sia stato bruciato in una manifestazione leghista contro l'Unità d'Italia, lui che vuole accogliere con le armi i profughi extracomunitari, lui che... beh, andate a farvi un giro in rete. Se non è nazismo il suo, poco ci manca. A proposito del nazismo leggete cosa riporta Wikipedia: "L'11 luglio 1976 viene fermato dalle autorità a Ponte San Luigi, valico di confine nei pressi di Ventimiglia, e trovato in possesso di una cartolina firmata "Ordine Nuovo" ed indirizzata "al bastardo Luciano Violante" (magistrato allora impegnato in inchieste contro l'eversione di matrice neofascista). Il testo del messaggio, accompagnato da alcune svastiche e da un "Viva Hitler", era il seguente: "1, 10, 100, 1000 Occorsio". Vittorio Occorsio, anch'egli giudice protagonista della lotta contro il terrorismo nero, era stato ucciso appena due giorni prima in un agguato."

Eppure Borghezio a fianco ad un presente torbido ha qualcosa di strano pure nel suo passato. In questi giorni stanno saltando fuori delle notizie davvero particolari, ed è il caso di riportarle una dopo l'altra, con qualche bella foto a corredo. Buona lettura.


La Stampa, 22.02.1979
In carcere per bancarotta un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, e due
avvocati

Truffe e strane operazioni finanziarie che hanno per sfondo la fantomatica cooperativa «Aurora» di Borgaro continuano a interessare la magistratura che sta indagando su fatti e misfatti di questa società in cui parecchia gente in buona fede ci ha rimesso i risparmi credendo di poter un giorno diventare proprietaria di un alloggio. Ieri il giudice istruttore Accordon ha emesso sei mandati di cattura eseguiti dai carabinieri del reparto operativo. Sono stati arrestati due avvocati, Veniero Frullano di 50 anni e Mario Borghezio,
32 anni, un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, impresario e personaggio pubblico piuttosto «chiacchierato» tanto da essere espulso dal partito socialista in cui militava attivamente. (.)

La Stampa, 23.02.1979
Dietro i raggiri della falsa cooperativa l'ombra del delitto di Vauda Canavese?
Tra i cocci della cooperativa «Aurora» di Borgaro. dichiarata fallita nell'autunno scorso, c'è di tutto: truffa, falsi in contabilità, raggiri, «buchi» per decine di milioni, bilanci fasulli, un'estorsione e, domani, forse, la spiegazione di un delitto che pareva destinato alla polvere degli archivi. Vediamo di riassumere gli ultimi sviluppi della complessa vicenda. Tra ieri e martedì notte il giudice istruttore Accordon ha interrogato le persone arrestate; gli avvocati civilisti Venicro Frullano e Mario Borghezio; l'impresario ed assessore di Cuorgnè Giovanni Iaria; il suo socio Luigi De Stefano e un commerciante di Vimodrone (Milano), Giovanni Tornaghi, 47 anni. Costui, in concorso con Alfredo Luca, 50 anni, radiotecnico di Milano, avrebbe tentato un'estorsione a due non meglio specificati soci della «Aurora». Come? Cercando di farsi consegnare un paio di brillanti del valore di 10 milioni e offrendo in cambio il silenzio sull'imbroglio che Gian Maria Massari farmacista di Borgaro e factotum della cooperativa, ed i suoi più stretti collaboratori, andavano tessendo alle spalle dei «soci».
(.) E c'è di più: da questa fitta ragnatela dovrebbero venire fuori i nomi e le ragioni di un delitto commesso presso Vauda Canavese il 30 agosto scorso. Quella sera, due contadini scorsero nelle vicinanze di un loro vigneto affiorare dal terreno il braccio di un cadavere sepolto da poco. La fossa, scavata qualche ora prima, conteneva il corpo di Loris Silvestri, ex cuoco, «giustiziato» con due colpi di pistola alla testa. C'è il sospetto che il Silvestri avesse ficcato il naso troppo a fondo proprio nelle attività delle società fantasma che pullulavano nella zona, minacciando forse di parlare. Da qui l'ordine di farlo tacere per sempre. Esistono collegamenti tra le indagini che sta svolgendo il magistrato sulla cooperativa di Borgaro e varie «affiliate», e il delitto di Vauda (la pratica è pure nelle mani del giudice Accordon?) Lo si saprà forse tra pochi giorni.

La Stampa, 03.05.1980
La cooperativa-truffa a Borgaro Rinviate a giudizio 11 persone
La truffa ai danni di persone che sono alla ricerca di una casa sta diventando sempre più frequente. Un esempio viene dalla cooperativa fantasma «Aurora», di Borgaro. Costituitasi nel marzo del '77 e dichiarata fallita nel gennaio del '79. I soci avevano nel frattempo versato oltre alle 50 mila lire di capitale sociale e alle 250 mila, a titolo di fondo spese, quote pari al 10 per cento del valore degli alloggi vale a dire, dai 2 al 2 milioni e mezzo di lire ciascuno. Al centro della vicenda, nata da una denuncia dell'ottobre '78, e i successivi esposti dei soci che avevano ormai intuito la truffa ordita ai loro danni, un gruppo di spregiudicati
professionisti, in questi giorni il giudice istruttore Acordon ha chiuso l'inchiesta, chiedendo il rinvio a giudizio davanti al tribunale per undici persone. Tutte devono rispondere di associazione per delinquere e concorso nella truffa. Sono: Giuseppe De Vita, 37 anni, ex postino e vicesindaco di Borgaro, socialista come Gian Maria Ammassari, 35 anni, che abbandonò la gestione della farmacia nel paese per darsi alla politica (era segretario del Psi della locale sezione) e agli affari; (.) Maria Luisa Aime, 25 anni, di Leinì, impiegata, socia e consigliere d'amministrazione, grazie alla sua amicizia con il farmacista; (.) l'imprenditore edile Giovanni Iaria, 33 anni, che secondo l'accusa forni fatture «di comodo» per un importo di 91 milioni, a titolo di spese per materiale edilizio mai consegnato; gli
avvocati Veniero Frullano e Mario Borghezio, che dovevano assistere come legali gli amministratori e parteciparono invece agli utili dell'impresa truffaldina; (.) Il via alla cooperativa-truffa risale all'inizio del '77.
Il progetto è allettante: 150 alloggi da tre a cinque vani, prezzi vantaggiosi. L'iniziativa viene sponsorizzata dalla locale sezione socialista (segretario Ammassari, il farmacista) e dal vicesindaco De Vita, intraprendente e conosciuto. I guai cominciano quando i soci, che nel frattempo hanno versato il 10 per cento del valore degli alloggi, chiedono informazioni più precise sull'ubicazione del terreno e sulla concessione da parte del Comune dell'autorizzazione a costruire. La verità viene a galla in consiglio comunale quando il sindaco Sola, rispondendo all'interrogazione di un esponente della Democrazia Cristiana, in minoranza nel Comune, rivela che il terreno dell'«Aurora» non esiste. Poi va dal pretore di Ciriè Di Palma che fa partire l'inchiesta.


La Stampa, 18.12.1993
«On. Borghezio, lasci l'Antimafia»
Il caso della cooperativa socialista «Aurora» di Borgaro coinvolge nuovamente Mario Borghezio, oggi deputato e capogruppo della Lega Nord nella Commissione parlamentare antimafia. Il senatore e il deputato dei Verdi Emilio Molinari e Massimo Scalia e il senatore della Rete Carmine Mancuso,
in una lettera, hanno domandato al presidente della commisione Luciano Violante, pidiessino, se il comportamento di Borghezio nella bancarotta della Cooperativa Aurora (e nell'ammanco di 90 milioni) sia compatibile con il suo attuale incarico di commissario dell'Antimafia. Tanto più che il tribunale condannò assieme a lui (e ad un'altra dozzina di persone) «tal Giovanni Iaria, indagato per legami con la mafia calabrese». (.) In altre parole i due senatori Verdi e il deputato della Rete sollecitano il presidente dell'Antimafia ad invitare Borghezio a dimettersi. Ma il deputato della Lega risponde picche: «E' curioso che questa faccenda ritorni a galla
alla vigilia dello scioglimento delle Camere». Contrattacca: «Siamo di fronte a una chiara manovra anti-Lega, orchestrata per far riemergere quella vecchia storia». Una storia di ammanchi (dalla cooperativa sparirono 90 milioni) e una «bancarotta fraudolenta» che parevano dimenticati. Anche perché, dopo la condanna (due anni) pronunciata dal tribunale nell'84 e confermata in corte d'appello nell'86, la Suprema Corte annullò le sentenze per vizio di forma: i due dibattimenti, a giudizio della Cassazione, si erano tenuti nonostante che il fallimento della cooperativa fosse stato impugnato, quindi non esecutivo. «Senza la sentenza di fallimento non poteva configurarsi il reato di bancarotta» dice Borghezio. (.) E sulla questione
Iaria: «Non ho avuto rapporti diretti con lui. In quella cooperativa ero solo un legale. Fui chiamato quando il buco di 90 milioni c'era. Che potevo fare? (.)

La Stampa, 22.02.1979
In carcere per bancarotta un assessore di Cuorgnè, Giovanni Jaria, e due
avvocati

(.) Esaminando i libri contabili della fallita cooperativa «Aurora» sarebbe emerso che un «buco» di 90 milioni avrebbe avuto la copertura fasulla di fatture emesse dallo Jaria, o meglio dall'impresa «Ice» di cui Jaria era amministratore. Perché? L'Ammassari, factotum della «Aurora», con quelle fatture fittizie avrebbe dimostrato ai soci che la contabilità societaria era perfetta e che i lavori sarebbero cominciati presto. Tanto è vero che sarebbe riuscito grazie a quelle «credenziali» a far versare altre somme ai soci, soldi finiti poi non si sa bene dove. L'«operazione fatture» sarebbe un'iniziativa dell'Ammassari, conclusa con l'aiuto degli avvocati Borghezio e Frullano che gli avrebbero presentato Giovanni Jaria.

CNEL - Osservatorio socio-economico sulla criminalita, L'infiltrazione della
criminalità organizzata nell'economia di alcune regioni del Nord Italia, 23
febbraio 2010

(.) Si può cominciare da Cuorgnè, in provincia di Ivrea, che è un esempio di come sia stato possibile realizzare un determinato inserimento in quelle realtà. Protagonista della vicenda fu Giovanni Iaria che protestò sempre la sua innocenza di fronte alle accuse dei magistrati che in tempi diversi s'occuparono di lui. Era amico di Mario Mesiani Mazzacuva, capobastone di Bova che aveva interessi economici nel canavese e in Val d'Aosta, e di un altro mafioso di spicco della 'ndrangheta di quegli anni originario di Marina di Gioiosa Jonica e operante a Torino, Francesco Mazzaferro. Quando verrà battezzata la figlia di costui, Iaria era presente, anche se dirà di aver partecipato a quel battesimo per l'amicizia che lo legava al cantante Mino Reitano ingaggiato per allietare la festa. Iaria era un imprenditore edile. Sui suoi cantieri, a quanto pare, lavoravano "pregiudicati calabresi" che avevano ottenuto il beneficio della semilibertà "grazie a richieste nominative di imprese legate a Iaria". Insieme ad un altro socio aveva il controllo della manodopera locale di origine calabrese e con essa riusciva ad inserirsi in vari lavori. E' significativo il fatto che un grosso imprenditore di Cuorgnè "quando aveva bisogno di manodopera si rivolgeva allo Iaria" e questi, d'altra parte, "era in grado di praticare prezzi enormemente vantaggiosi rispetto a quelli che potevano praticare altre ditte esecutrici dei lavori". Il che può spiegarsi solo con il fatto che Iaria "disponeva di manodopera meno costosa e, cioè, sottopagata o in 'nero'". Giovanni Iaria cominciò a tessere relazioni con vari ambienti. Non sorprende allora trovarlo in rapporto "con quei personaggi che rappresentavano le istituzioni la cui frequentazione è in grado di conferire prestigio ed immagine e, al tempo stesso, aggiungere potere". Il rapporto con il procuratore della Repubblica di Ivrea costò caro al magistrato che si dimise dall'ordine giudiziario. Né può sorprendere il fatto che lo stesso Iaria si sia dato attivamente a fare politica: "Già nel 1975 era in grado di controllare una buona fetta dei voti degli immigrati", 500 a suo dire. Con quei voti fu eletto consigliere comunale di Cuorgnè e divenne subito assessore. (.)



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